venerdì 23 novembre 2007

Siamo davvero evolute secondo i canoni dei tempi in cui viviamo???

Domenica pomeriggio ho visto una trasmissione su la 7 dove tante donne famose parlavano dei cambiamenti nella vita delle donne italiane dal dopoguerra ad oggi.
Si partiva dal dopoguerra appunto, quando ogni donna ‘doveva’ sposarsi e passava tutta la vita a prepararsi al grande giorno, a programmare, ad imparere come essere una perfetta mogliettina. Una donna era realizzata solo in quanto sposa.
Poi arrivano gli anni sessanta, la contestazione, l’arrivo , nel ’65, della pillola in italia che però veniva prescritta come farmaco per ‘problemi mestruali’ e non era dichiarata contraccettivo. Le donne allora hanno acquisito, per la prima volta nella storia, beh forse non per la prima volta nella storia, ma per la prima volta così diffusamente e così ‘legalmente’, il controllo della loro fertilità e quindi il controllo della loro sessualità che a quel punto era disgiunta dalla procreazione. Si poteva fare sesso anche senza sposare e si poteva essere sposate senza obblighi di fare figli. Insomma acquisire la libertà di disporre del proprio tempo, della propria vita, non solo in fuzione dei figli ma anche per sé stesse.
Pensate a cosa ha significato per una donna capire che poteva anche non dover fare figli ogni volta che aveva rapporti in un periodo fertile. La libertà che ha significato questa semplice pillola.
Non dico che prima non era assolutamente così, ma da questo punto in poi la consapevolezza della libertà e dell’autonomia ha raggiunto anche gli strati bassi della società, la cosiddetta ‘massa’.
Per riflesso forse….agli inizi degli anni 70 in Italia ci fu un brusco arresto dei matrimoni. Metà rispetto a 10 anni prima! Incredibile! E poi l’avvento del divorzio ha dato il colpo di grazia.
Queste donne famose (attrici, politici, avvocati, giornalisti) che parlavano del divorzio ……dicevano esattamente come mi ero sentita e come mi sento io. La donna che divorziava era vista come una perdente, come quella che non era stata capace di tenere insieme la famiglia, la perdente, perché avendo perso l’uomo al suo fianco aveva perso tutto e quindi doveva vivere nascosta per tutta la vita come una vedova rifiutata dalla società. Socialmente ripudiata. Ma oggi, dicevano loro, non è più così per fortuna!
E invece , oggi, nel nuovo millennio, io mi sono proprio sentita così.
Da me, dalle mie parti, dalla mia famiglia, la separazione è ancora vista così. Ho visto il dolore dei miei genitori. Ho visto le mie coetanee che si sono separate,che sono mamme sole. Sono emarginate, viste come delle povere anime perdute, come delle fallite. Non sono state capaci di tenersi un compagno, di reggere un matrimonio, quindi hanno fallito il loro compito di mogli e madri. Quelle che tornano a vivere in casa dei genitori vivono nell’ombra, emarginate, entità vaganti senza voce e senza volto, con una doppia vita sommersa nel caso frequentino altre persone e si siano rifatte una vita. Come se avere una seconda possibilità potesse essere una cosa immorale, sbagliata, di cui vergognarsi. Tornano a vivere con i genitori a cui lasciano volentieri l’onere di occuparsi dei figli mentre loro escono e frequentano altri uomini, ma solo ufficiosamente perché ufficialmente resteranno vedove per tutta la vita. Questa è la fine che fanno quelle che dopo una separazione tornano al paesello. Altre invece preferiscono non tornarci più, al paesello, se ne vanno a vivere sole da qualche parte, lontano e non le vedi più né senti più parlare di loro. Non senti più i loro genitori vantarsi delle loro conquiste all’uscita della messa domenicale, fulcro della vita sociale delle piccole comunità.
Anche io volevo fare così: partire, andare via e sparire per sempre dagli occhi di tutti, anche della mia famiglia. Non ho ammesso la separazione per molto tempo, non ne ho parlato in giro. L’ho tenuta segreta con dolore e vergogna perché sentivo che era il fallimento della conquista che avevo fatto: da persona sfigata a vincente sposata con un bell’uomo e madre di un bel bambino.
Il mio primo istinto è stato proprio quello, ancora prima della separazione ma quando sentivo che il rapporto con mio marito era spento, finito, non c’era più amore. Volevo prendere mio figlio e scappare lontano da tutti, in un posto dove nessuno mi conoscesse e potessi ricominciare da capo. Un’idea romantica e illusa. Non puoi mai veramente scappare da quello che sei, dalle tue radici, e sparire dalla vista delle persone del cui giudizio hai paura, non ti libera dal peso di sentirti comunque giudicata e dipendente dal giudizio del prossimo. Ho capito che avrei sempre trovato qualcuno che mi avrebbe giudicato male finchè io stessa l’avessi fatto. Non potevo fuggire dagli stereotipi di cui ero schiava. Forse non ce la faccio tanto ancora oggi. Però ora ho capito che fuggire non serve, che devo lottare soprattutto per e contro di me. Sto male per il dolore che ho dato ai miei genitori ma mi sforzo di essere più paziente con loro e di non togliere ai nonni l’adorato nipotino e a mio figlio gli adorati nonni. Cerco di fregarmene del giudizio altrui e non mento più ma al massimo ometto di esprimere tutto per proteggermi un po’.
Voglio davvero pensare che quelle donne famose che tanto stimo, hanno ragione. Che oggi non è più emarginata una donna che affronta una separazione e l’onere di crescere un figlio da sola. Voglio pensare che c’è spazio per me e per un futuro migliore.
Voglio pensare che sia possibile anche nella ottusa e bigotta provincia.